lunedì 25 marzo 2013

Gae Aulenti al Design Museum della Triennale

«Quando è di moda il rosso, sento il desiderio irresistibile di vestirmi di verde», diceva Gae Aulenti spiegando la scelta anticonformista di diventare architetto. D’altra parte sembra che la decisione fosse maturata per reagire alle prospettive e alle aspettative familiari.

Aveva cominciato nel 1955 nella palestra della rivista Casabella, dove imparò dal direttore Ernesto Nathan Rogers, un insegnamento che la influenzò profondamente: «L’idea», sintetizza Vanni Pasca, «che l’arredamento e l’urbanistica sono le estreme polarità del lavoro di un architetto moderno».
Pasca ha curato la mostra dedicata alla Aulenti designer che si inaugura l’8 aprile al Design Museum della Triennale di Milano e che anticipiamo in esclusiva. Attività minore solo all’apparenza. «Per la Aulenti disegnare un oggetto era un aspetto della progettazione degli spazi, in cui le cose sono pensate in rapporto all’ambiente cui saranno destinate. Non si è occupata solo di edifici ma di architettura di interni, allestimenti di mostre, showroom, scenografie teatrali con un eclettismo non episodico», la cifra più vera del suo carattere, come dimostra il fatto che sia stato il filo conduttore di tutta la sua vita. A testimoniarlo, le opere in mostra vanno dalla sedia a dondolo Sgarsul per Poltronova, del 1962, ai vasi per Venini del 2008, passando per esemplari icona come Pipistrello, lampada scultura del 1965 per Martinelli Luce o il Tavolo con ruote durante l’importante stagione come art director di FontanaArte, dal 1979 al 1996. «Per limiti di spazio e per altre difficoltà», spiega Pasca, «la mostra non può documentare in modo ampio i progetti di spazi interni, ma li illustrano alcune immagini: per esempio la Casa del collezionista per Gianni Agnelli a Milano nel 1964, lo showroom Olivetti di Parigi o l’allestimento della mostra sul tempo libero alla Triennale del 1984, dove le figure femminili in corsa di Pablo Picasso diventano metafore di una trasformazione epocale degli stili di vita». Luisa Bocchietto, presidente dell’Associazione Disegno Industriale, osserva: «Una mostra opportuna, quasi doverosa, in ricordo di una persona schiva che, con il suo modo di vivere a fondo l’architettura, anche talvolta in contrasto con la sua natura femminile, è un simbolo di come nemmeno troppi anni fa era molto più difficile per le donne trovare spazio e affermarsi. Resta il rimpianto di non avere fatto in tempo ad attribuirle il Compasso d’Oro alla carriera».

[Fonte: casa&design]

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