venerdì 15 febbraio 2013

In ricordo di Gabriele Basilico

Oggi in Triennale dalle 17:00 si ricorda Gabriele Basilico, il più grande fotografo e documentarista italiano di architettura. Riconosciuto a livello internazionale come un Maestro, aveva dedicato 40 anni della sua vita alla rappresentazione fotografica del paesaggio urbano.




La prima personale del fotografo, Ritratti di fabbrica. Milano: immagini dell'area urbana industriale 1977/1980, curata da Francesco Moschini, risale al 1981. Una mostra che intercettava nel lavoro di Gabriele Basilico “l'interesse a fissare compattezza d'immagine, una dignità di impostazione che, contro ogni idea di frantumazione, di dispersione e, infine, di dissoluzione, faccia intravvedere la fissità, la ormai acquisita immobilità di una parte di città legata anch'essa ad una sua nuova, anche se inquietante, bellezza”.

È del 1983 la prima mostra pubblica: Milano, ritratti di fabbriche al PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano. Il primo incarico internazionale è del 1984, quando venne invitato a partecipare alla Mission Photographique de la D.A.T.A.R., voluta dal governo francese per documentare la trasformazione del paesaggio nazionale contemporaneo.

Nel 1990, Roma: i rioni storici nelle immagini di sette fotografi , vede nuovamente Gabriele Basilico lavorare sul rapporto tra immagine, architettura e città. L’esposizione a Palazzo Braschi, che include nel comitato organizzativo, oltre a Gianni Berengo Gardin, Diego Mormorio, Italo Zannier, Carlo Melapioni, Elisabetta Sangiorgi, Lucia Cavazzi, lo stesso Francesco Moschini, al contrario della personale del 1981, inserisce il contributo del fotografo milanese all’interno di una narrazione a più voci, in cui Roberto Bassaglia, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Luigi Ghirri, Guido Guidi, Roberto Koch e lo stesso Basilico, condividono una stessa esperienza, deformandone gli esiti in relazione alle specifiche direzioni di ricerca.
In questa prospettiva, […] Gabriele Basilico sceglie di isolare l’architettura romana in una dimensione sospesa, che confina i singoli edifici all’interno di una porzione grafica estranea alle categorie di spazio e di tempo. L’icona derivata da tale processo, privata delle sovrastrutture che ne condizionano e ne limitano le possibilità di lettura, diviene epifania del nuovo paesaggio; uno spazio rado in cui il coagularsi improvviso delle immagini rivela la sacralità del costruire. Un ulteriore aspetto, quello legato alla formazione, viene evidenziato da Francesco Moschini nel saggio La vertigine metropolitana inserito nel catalogo della mostra. “La sua formazione di architetto fa infatti sì che Gabriele Basilico, con la sua opera, si ritenga responsabile nei confronti della critica e della progettazione architettonica, mentre contemporaneamente traspare da essa la volontà di narrare la storia della città nel luogo limite in cui le tipologie più importanti ed i monumenti storici si incontrano con gli episodi secondari dell’architettura”.

Sempre nel 1990 riceve a Parigi il Prix Mois de la Photo per la mostra “Porti di Mare”, ma è il progetto fotografico del 1991 sulla città di Beirut, devastata dalla guerra, a offrirgli l’occasione per la produzione di una serie di immagini che gli procurano una vasta eco internazionale. 

Nel 1997, Francesco Moschini organizza al Politecnico di Bari l'incontro Milano, lavori in corso, in cui Gabriele Basilico viene chiamato, come sedici anni prima, a raccontare il suo rapporto con il capoluogo lombardo. Questa volta, però, alle immagini proiettate sullo schermo corrispondono una serie di riflessioni e di approfondimenti analitici che chiariscono la corrispondenza tra scelte figurative e necessità espressive, illustrata dalla voce dello stesso fotografo che sottolinea lo storico legame tra fotografia, paesaggio e architettura all’interno della città, rinsaldato nella “raccolta” di “architetture”, di “oggetti” e di “frammenti”, attraverso i quali avvicinarsi alle misteriose e incomprensibili leggi di articolazione della forma urbana. "Rendere visibile ciò che è davanti a noi, che, se pur visibile, spesso è invisibile": con questa frase Gabriele Basilico sintetizza la sua poetica davanti ai numerosi studenti del Politecnico.

Moschini, nel suo saggio del 2006 sulla mostra di Basilico in occasione del XVI Seminario di Architettura e Cultura Urbana a Camerino afferma: “Appare in questo particolarmente evidente come ciascuna interpretazione della città storica e non, nasca dall’incontro-scontro tra una particolare sensibilità artistica, e dunque da una soggettiva visione del mondo, con l’ingombrante presenza della città stessa, fino a produrre un caleidoscopio di immagini tutte realmente vere (ma nessuna oggettiva). Ma nessuna gestualità naif, nessuna artisticità entra a condizionare il lavoro di un architetto fotografo come Gabriele Basilico. [...] La città di G. Basilico è una città fatta di molte solitudini e di forti contrasti, esaltati dalla “monumentalità” delle presenze architettoniche. L’antico ed il contemporaneo sono posti come espressioni contigue e fra loro contrastanti dello spazio metropolitano, colto in una tensione che sembra trasbordare oltre i limiti dell’immagine. All’armonia che caratterizzava il “catalogo” dell’archeologia industriale delle periferie milanesi, rivissute nel sentimento di un abitare heideggeriano, subentra, in queste vedute, il distacco ironico con il quale si mostra la continuità delle antiche mura romane interrotta da presenze monumentali così come, con la stessa logica, dalla segnaletica stradale e dalle automobili. Il Sironi dei paesaggi urbani, il non rassegnato cantore della metropoli, che ancora ritrovavamo nelle periferie milanesi di G. Basilico, si trasforma nel baudeleriano flaneur, in colui che attraversa la città cogliendone i segni intermittenti lungo il proprio passaggio, quei luoghi emblematici in cui il monumento, il Colosseo, si coniuga con il quotidiano, l’automobile. In questo senso nessun “catalogo” può cogliere la contraddizione della vita metropolitana, la descrizione di alcuni luoghi archeologici di straordinaria bellezza, esperiti nel loro isolamento, da un lato, e le violente dissonanze prodotte dallo scontro tra mondi irriducibili tra loro, dall’altro. Eppure, e con G. Basilico il fotografo, l’artista, si fa filosofo”.

Lo scorso settembre Gabriele Basilico aveva partecipato alla 13° Biennale di Architettura di Venezia con “Common Pavilions”: una serie di 80 scatti in bianco e nero che ritraevano lo spazio de I Giardini, una delle due sedi della Biennale, allestiti dallo studio d'architettura di Diener & Diener.


[Fonte: archiportale]

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